25 anni fa l'addio a Fortunato: aiutò a costruire la Juve di oggi - Cuoreb1897

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25 anni fa l'addio a Fortunato: aiutò a costruire la Juve di oggi











TORINO - De Andrè sosteneva, a ragione, che crepare di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio. Non che farlo il 25 aprile, tre mesi prima di riuscire a compiere 24 anni, ne richieda di meno. Anzi. Ma Andrea Fortunato di coraggio ne aveva e, quando finiva, riusciva a costruirselo da solo e darne agli altri. Lo sanno bene i suoi compagni di squadra, lo sa bene quella Juventus che venticinque anni fa ha piantato i semi per il quarto di secolo più glorioso della società, i cui frutti in termini di valori, senso di appartenenza ed etica maturano ancora oggi. E uno di quei semi è quello di Andrea che ha contribuito non poco a forgiare il carattere di quella Juventus, quella dello scudetto della rinascita, della Champions di Roma e tutto il resto.


Quello scudetto, il primo dell’era Lippi, gli fu dedicato. Ma quello scudetto era già suo, in quel gruppo c’era la forza che lui aveva dato ai compagni. Sì, va bene, non aveva nemmeno un minuto di presenza in campo e non era riuscito mai ad allenarsi con la squadra in quella stagione, ma viveva con la squadra e la sua battaglia contro la leucemia era un altro campionato in cui tutta la Juventus era impegnata insieme a lui. E quante energie, quante motivazioni ha dato a quei giocatori che si stavano cementando intorno al carisma di Gianluca Vialli, al sorgente talento di Del Piero, all’abnegazione di Ravanelli, che Fortunato considerava un fratello acquisito, e a una serie di giocatori che stavano costruendo quello scudetto sulle profonde doti umane prima ancora che sulle indiscutibili qualità calcistiche.



Si sentivano spesso. Ognuno lo chiamava, ognuno aveva stabilito con lui un rapporto personale, ma l’abbraccio era collettivo. Ma non era la compassionevole e lacrimosa assistenza a un amico malato quella che si era stabilita fra la squadra e Fortunato negli undici mesi di malattia, diagnosticata il 20 maggio del 1994 nella Divisione Universitaria di Ematologia delle Molinette di Torino, dove scrissero l’agghiacciante sentenza: leucemia acuta linfoide.

Fortunato informava sull’evoluzione del male, sui suoi progressi conquistati con le lacrime, sui crolli psicologici, sul dolore intenso provato, sull’ansia delle notti che a volte non passavano mai. Ma i suoi non erano bollettini medici, era cronaca sportiva. Andrea aveva svoltato quasi subito, lasciando da una parte lo sconforto e affrontando la leucemia nell’unico modo in cui aveva sempre affrontato le sfide importanti della sua vita: come una partita. «Questa la vinco io», ha sempre detto.  



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